Casa delle letterature. Piazza dell’Orologio, 3 Roma (ore 18.00)
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La città è l’epicentro delle rivolte ospita comunità religiose contrapposte fra loro. Aumentano le testimonianze di violenze e rappresaglie.

La moschea di Khalid b. al-Walid a Homs
“Ci sono rappresaglie, omicidi. Armi. Ho paura.” Sono le uniche parole che mi scrive Ammer, pochi giorni fa. Non riesco più ad avere notizie. Ammer vive a Homs, da mesi epicentro delle rivolte siriane.
Già a fine luglio, la cellula di oppositori con cui avevo avuto contatti a Damasco, aveva dichiarato che “una parte dei manifestanti si stava armando, proprio a Homs e Deir-ez-Zor”. La testimonianza di Ammer e quella di un coraggioso giornalista del ’New York Times’(anonimo per ragioni di sicurezza) confermano che la situazione in Siria, almeno adHoms, sta peggiorando.
Alla dura repressione della Leadership di Damasco, ora i manifestanti stanno rispondendo con rappresaglie, colpendo collaborazionisti e esponenti filo-regime. E’ stato ucciso un medico che, secondo gli attivisti, consegnava i feriti ai mukhabarat (i servizi segreti siriani). Ci sono barricate fra quartiere e quartiere.
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di Kawkab Tawfik
La manifestazione a piazza Tahrir, il 9 Settembre scorso, per la “correzione del patto della rivoluzione” è stata dirottata in un assalto all’ambasciata israeliana.
E martedì 20 settembre si decide all’ONU Martedi 20 settembre, a distanza di sessantaquattro anni dalla nascita di Israele, verra’ presentata all’Onu la candidatura dello stato indipendente di Palestina.
I timori che forze contro-rivoluzionarie avrebbero dirottato la manifestazione a piazza Tahrir di venerdì 9 settembre in un escalation di violenze contro obbiettivi “sensibili” si è tristemente dimostrata fondata. Quella che doveva essere una dimostrazione di dissenso pacifico e civile contro il governo transitorio e l’operato delle forze armate egiziane, si è conclusa con un gravissimo incidente diplomatico che, oltre a creare tensioni internazionali in vista delle prossime votazioni ONU per la Palestina, distoglie totalmente l’attenzione dai problemi di politica interna egiziana per i quali era stata organizzata la manifestazione.
Salman vive ad Damasco. Laureato in lingue, ha due figli e fa la guida turistica. E’ disoccupato da cinque mesi. Mi scrive: “Ho trovato finalmente un lavoro, mi pagano 15.000 lire siriane (circa 200 euro) al mese per 12 ore al giorno, senza riposo settimanale o per le feste civili e religiose. Devo accettare, non ho alternative. La crisi economica è forte. Sono confuso. Ormai è difficile capire che cosa sta succedendo nel Paese. Ascoltiamo le notizie trasmesse dai canali pro- regime e contro il regime, sentiamo gli amici e i parenti che vivono in altre città. Le testimonianze spesso sono discordanti”.

E’ così: in Siria, come in un caleidoscopio colorato le immagini si compongono e si frantumano per presentarsi in forme diverse. Le smentite si accavallano alle notizie nello spazio di poche ore. Come per esempio quella della visita ufficiale a Damasco del segretario generale dellaLega Araba, Nabil al-Arabi , che avrebbe dovuto proporre a Bashar al-Assad un piano di mediazione (in sintesi la formazione di un governo aperto alle opposizioni, elezioni libere e scarcerazione dei detenuti politici).
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Fonti:
Mimmo Càndito, Le Tribù si spartiscono la capitale: “Via gli islamisti o li cacciamo noi”, La Stampa, 2 settembre 2011.
Bernardo Valli, Lo jihadista che disse no a Bin Laden: “Guiderò Tripoli verso la libertà”, La Repubblica, 3 settembre 2011.
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