Lunedi 7 novembre a Roma – Presentazione libro “Clandestina a Damasco”

Invito

Roma 7 novembre - Casa delle letterature

Casa delle letterature. Piazza dell’Orologio, 3 Roma (ore 18.00)

http://rx.castelvecchieditore.com/?q=taxonomy/term/42

 

Grazie per la vostra partecipazione.

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Tahir. 14 ottobre. Quale Hurriya ?

Sono i militari, ancora, i veri padroni dell’Egitto che ha sconfitto Mubarak ?

di Kawkab Tawfik

Siamo a piazza Tahrir, è il primo venerdì successivo allo scontro tra copti ed esercito avvenuto domenica 9 ottobre. Il numero dei morti ad oggi accertato è di circa quaranta persone, non era mai avvenuta una cosa simile prima d’ora, l’esercito non aveva mai sparato contro i cristiani, i copti sono ancora scossi dall’evento ed il papa copto Shenuda III si è rifiutato di commentare l’episodio. Sono le sette di sera e a piazza Tahrir ci sono circa duecento persone, molti di loro vi vedono un parallelo con l’episodio dei baltakiya avvenuto durante la rivoluzione del 25 gennaio: Mubarak fece aprire le carceri ed ingaggiò i baltakya per combattere con la violenza i manifestanti dall’interno e creare disordine tra i civili, allo stesso modo l’esercito avrebbe assoldato qualcuno, travestito da salafita, per minare la manifestazione del 9 ottobre dall’interno e accentuare le tensioni tra musulmani e cristiani, divide et impera.

Militari in Egitto

I cristiani non escludono questa possibilità, dopotutto stavano marciando anche per chiedere la caduta del al-Maglis al-Ascary (Consiglio di Sicurezza) e finchè dureranno i disordini nel paese l’esercito non potrà lasciare il potere nelle mani di un futuro governo civile.  Ma ciò che lascia loro amarezza è il fatto che il resto della nazione è rimasta quasi in silenzio; si piangono ancora i martiri della rivoluzione, perfino la fermata della metro ‘Mubarak’ è stata chiamata ‘al-Shuhada’ (i martiri) e il nome dell’ex-rais è stato cancellato da ogni luogo pubblico; eppure nessuno sembra piangere i “martiri del 9 ottobre”, come invece qualche cristiano li ha già chiamati. Leggi l’articolo completo

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La Babele di Homs

La città è l’epicentro delle rivolte ospita comunità religiose contrapposte fra loro. Aumentano le testimonianze di violenze e rappresaglie.

La moschea di Khalid b. al-Walid a Homs

Ci sono rappresaglie, omicidi. Armi. Ho paura.” Sono le uniche parole che mi scrive Ammer, pochi giorni fa. Non riesco più ad avere notizie. Ammer vive a Homs, da mesi epicentro delle rivolte siriane.

Già a fine luglio, la cellula di oppositori con cui avevo avuto contatti a Damasco, aveva dichiarato che “una parte dei manifestanti si stava armando, proprio a Homs e Deir-ez-Zor”. La testimonianza di Ammer e quella di un coraggioso giornalista del New York Times(anonimo per ragioni di sicurezza) confermano che la situazione in Siria, almeno adHoms, sta peggiorando.

Alla dura repressione della Leadership di Damasco, ora i manifestanti stanno rispondendo con rappresaglie, colpendo collaborazionisti e esponenti filo-regime. E’ stato ucciso un medico che, secondo gli attivisti, consegnava i feriti ai mukhabarat (i servizi segreti siriani). Ci sono barricate fra quartiere e quartiere.

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Domenica di sangue. A Il Cairo.

Il potere dell’esercito, la paura dei cristiani copti.
E la primavera è molto lontana.

di Kawkab Tawfik

Violenza nelle strade de Il Cairo.

Domenica 9 Ottobre ventiquattro persone sono morte a seguito degli scontri verificatesi nella capitale egiziana tra manifestanti copti e l’esercito – e, ancora oggi le tensioni continuano ad essere forti.
Il 30 settembre, dieci giorni prima, la chiesa copta di San Giorgio, nel villaggio di Merinab del distretto di Asswan, venne attaccata e data alle fiamme a seguito di un’affermazione del governatore di Asswan, trasmessa dalla televisione di stato, che accusava il vescovo di aver costruito la chiesa senza i necessari permessi.

A questa affermazione, risultata poi totalmente priva di fondamento, non solo non venne concesso ai copti di replicare, ma nonostante le serie conseguenze subite, non vennero mai fatte scuse o smentite da parte del canale televisivo o del governatore, mentre i responsabili sia diretti che indiretti non subirono conseguenze.
Tra le richieste dei manifestanti copti, c’erano ovviamente la ricostruzione della chiesa e le dimissioni del governatore Mustafa al-Sayed, accusato di aver incitato gli atti di violenza, la cui foto venne pubblicamente bruciata dai manifestanti. La marcia, partita dal quartiere Shobra, doveva passare per piazza Tahrir fino ad arrivare presso l’edificio di Maspiro, sede della televisione nazionale che aveva trasmesso le affermazioni del governatore.

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Archiviato in Egitto

Una settimana fa. In Egitto.

di Kawkab Tawfik

La manifestazione a piazza Tahrir, il 9 Settembre scorso, per la “correzione del patto della rivoluzione” è stata dirottata in un assalto all’ambasciata israeliana.

E martedì 20 settembre si decide all’ONU Martedi 20 settembre, a distanza di sessantaquattro anni dalla nascita di Israele, verra’ presentata all’Onu la candidatura dello stato indipendente di Palestina.

I timori che forze contro-rivoluzionarie avrebbero dirottato la manifestazione a piazza Tahrir di venerdì 9 settembre in un escalation di violenze contro obbiettivi “sensibili” si è tristemente dimostrata fondata. Quella che doveva essere una dimostrazione di dissenso pacifico e civile contro il governo transitorio e l’operato delle forze armate egiziane, si è conclusa con un gravissimo incidente diplomatico che, oltre a creare tensioni internazionali in vista delle prossime votazioni ONU per la Palestina, distoglie totalmente l’attenzione dai problemi di politica interna egiziana per i quali era stata organizzata la manifestazione.

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Archiviato in Egitto, Israele

Siria: prospettive che cambiano

Saltato incontro di Bashar-al-Assad con la Lega Araba.

Salman vive ad Damasco. Laureato in lingue, ha due figli e fa la guida turistica. E’ disoccupato da cinque mesi. Mi scrive: “Ho trovato finalmente un lavoro, mi pagano 15.000 lire siriane (circa 200 euro) al mese per 12 ore al giorno, senza riposo settimanale o per le feste civili e religiose. Devo accettare, non ho alternative. La crisi economica è forte. Sono confuso. Ormai è difficile capire che cosa sta succedendo nel Paese. Ascoltiamo le notizie trasmesse dai canali pro- regime e contro il regime, sentiamo gli amici e i parenti che vivono in altre città. Le testimonianze spesso sono discordanti”.

E’ così: in Siria, come in un caleidoscopio colorato le immagini si compongono e si frantumano per presentarsi in forme diverse. Le smentite si accavallano alle notizie nello spazio di poche ore. Come per esempio quella della visita ufficiale a Damasco del segretario generale dellaLega ArabaNabil al-Arabi , che avrebbe dovuto proporre a Bashar al-Assad un piano di mediazione (in sintesi la formazione di un governo aperto alle opposizioni, elezioni libere e scarcerazione dei detenuti politici).

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Si scrive Tripoli, si legge Beirut?

di Simone Santini – da Clarissa.it
Si chiama Abdel Hakim Belhaj. È il nuovo governatore militare di Tripoli, ed è un islamico radicale, un jihadista. Lui stesso racconta di aver incontrato Bin Laden per l’ultima volta nel 2000 e che lo sceicco del terrore gli offrì di combattere insieme ad Al Qaeda contro gli americani e gli israeliani. Lui rifiutò, ma sono in tanti a nutrire dubbi e sospetti sul suo passato pieno di ombre.
Chi lo ha incontrato recentemente a Tripoli, come l’inviato Bernardo Valli di La Repubblica, racconta che il 45enne Belhaj porta la folta barba nera dei fondamentalisti islamici ma il suo viso giovanile e i suoi modi esprimono candore e dolcezza, in netto contrasto con la fama di duro guerrigliero.
Alla fine degli anni ’80 ha combattuto in Afghanistan, alleato di Bin Laden, ma con la cacciata dei sovietici i rapporti con lo sceicco del terrore si sarebbero interrotti. Non ne sono stati convinti gli americani che lo arrestavano nel 2004 in Malesia trattenendolo in un carcere speciale di Bangkok dove sarebbe stato torturato da agenti della Cia prima di essere riconsegnato alla Libia. Ma in questa ricostruzione ci si perde. Secondo altre fonti, infatti, Belhaj avrebbe guidato il Gruppo libico di lotta islamica, uno dei più oltranzisti nella opposizione contro Gheddafi, ma anche profondamente infiltrato dalla stessa Cia. È possibile che gli americani abbiano tradito Belhaj perché in quel frangente lo scenario internazionale stava mutando e il raìs libico, da “cane rabbioso” tornava ad essere un interlocutore fondamentale per tutte le cancellerie occidentali, Washington per prima.
In Libia Belhaj è incarcerato in cella di isolamento per sei anni, una gattabuia senza un filo di luce, ed è già un miracolo che non sia stato giustiziato subito per aver partecipato a tre attentati contro Gheddafi.
Alla fine viene salvato grazie al programma “pentimento degli eretici” voluto da Saif al-Islam, il figlio del Colonello e suo erede politico, così il comandante fondamentalista rinnega formalmente la sua fede jihadista e fa abiura dei suoi principi teologici. Esce di carcere. Ma non passa un anno che si trova sulle montagne occidentali libiche ad organizzare la guerriglia e ad imporsi come comandante grazie alla sua esperienza afgana e il suo carisma. Come nella guerra per Kabul, Belhaj e i suoi uomini usano i rifornimenti e i materiali militari della Cia e delle altre intelligence occidentali. Un ritorno a casa?
Non è chiaro chi l’abbia nominato governatore militare di Tripoli. Si dice per acclamazione diretta delle stesse truppe sul campo, dopo che i suoi uomini avevano conquistato Piazza verde e successivamente il bunker di Bab al Azizya. Ma di nuovo ci si perde nella ricostruzione. Ad esempio uno dei comandanti ribelli della “brigata Tripoli”, che ha occupato la capitale, parla senza peli sulla lingua: “Quelli che comandano ora, noi non li vogliamo. Punto. O si cambia o si finisce male. Belhaj non ha combattuto per occupare Tripoli, e non ci piacciono le sue frequentazioni del passato. O se ne va o lo mandiamo via. [... Lo pensa] il novanta per cento delle nostre brigate, una decina di migliaia di uomini. Pensiamo che il Cnt [Consiglio nazionale di transizione] ci debba ascoltare, ma se non lo fa, abbiamo le armi per farci ascoltare. Noi abbiamo liberato Tripoli, possiamo liberarla nuovamente”.
La presenza di Belhaj quale capo militare del Cnt a Tripoli crea non pochi imbarazzi anche a Bengasi, ma è certo che l’uomo si trovasse al fianco del presidente del Consiglio dei ribelli, Mustafà Abdel Jalil, sia nella riunione di Parigi durante l’incontro con Sarkozy, sia a Doha, nel Qatar, durante la riunione della Nato, presentato in qualità di “mano armata della rivoluzione”.
Non si può dimenticare che pochi giorni prima del putsch contro Tripoli, il comandante militare delle milizie ribelli, il generale Abdel Fattah Yunes, era stato assassinato proprio per mano delle fazioni islamiche. La fine di Yunes, la repentina ascesa di Belhaj, la caduta di Tripoli, difficilmente possono non essere messe in relazione.
Ora la capitale risulta divisa in settori, ognuno dei quali controllato da una diversa milizia e che risponde a proprie logiche e assetti di potere. “La brigata Zitan ha preso il controllo dell’aeroporto, quelli di Misurata stanno piantati a guardia della banca centrale e del porto, le brigate Tripoli tengono il centro della città, mentre i berberi delle montagne, quelli della brigata Yafran, sono al comando degli altri quartieri del centro. Chi ricorda i venti anni della guerra del Libano non può non ricordare che tutto cominciò con la divisione dei quartieri tra sciiti, sunniti, cristiano-maroniti, nasseriani, e drusi”, scrive Mimmo Càndito su La Stampa. E senza contare i lealisti che, sicuramente ancora presenti in forze, si celano nell’ombra forse in attesa di una occasione propizia. Il “tragico puzzo di Libano che infesta l’aria” di Tripoli fa temere che la guerra non sia ancora finita, e un’altra ancor più drammatica stia covando sotto le ceneri della capitale liberata.

Fonti:
Mimmo Càndito, Le Tribù si spartiscono la capitale: “Via gli islamisti o li cacciamo noi”, La Stampa, 2 settembre 2011.
Bernardo Valli, Lo jihadista che disse no a Bin Laden: “Guiderò Tripoli verso la libertà”, La Repubblica, 3 settembre 2011.

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